L’ABETONE E LA STRADA XIMENIANA – LA STORIA

Pochi anni dopo la costruzione della nuova strada il governo lorenese portò a compimento la vasta opera di riorganizzazione del sistema doganale toscano avviata da alcuni decenni e tendente, sulla base dei principi liberisti che ispiravano la politica riformatrice di Pietro Leopoldo, a promuovere il commercio e favorire lo sviluppo del paese.
L’oggetto delle gabelle, per dirla con Antonio Serristori, uno dei principali collaboratori del Granduca, non doveva essere soltanto “un titolo di imposta, ma più di tutto una bussola colla quale regolare prudentemente le diverse partite d’entrata e uscita che formano lo stato attivo e passivo di ogni paese ben governato”.

La tendenza fu quella di trasportare le dogane ai confini, “in quei luoghi più adatti per guardare i medesimi, facendovene delle nuove ed abolendo quelle dentro il Granducato, alla riserva di quelle di Firenze, Siena, Pisa, Pistoia e Livorno”, come ricorda lo stesso Pietro Leopoldo. Dal momento che nella Montagna Alta di Pistoia il principale valico era ormai diventato quello della nuova strada regia, poco prima del passo, nella grande foresta di Boscolungo, venne ampliato l’esistente edificio doganale. Alla nuova dogana era annessa una locanda, mentre dall’altro lato della strada trovarono spazio la posta dei cavalli, la canonica, la chiesa e il camposanto come è possibile notare dalla veduta, una vera e propria “istantanea fotografica” della seconda metà del Settecento.

L’edificio, dalle solide membrature in pietra, era distribuito su tre piani e dotato di cantine, di un ampio porticato e persino di un pollaio per il doganiere, che aveva al primo piano un quartiere di sei stanze. Sopra al secondo piano, “aumentato e costruito” nel 1788, vi erano le “soffitte, impiantite con lastre, servibili per diversi usi”.

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