TRA LUCCA, MODENA E PISTOIA: L’ALPE DELLE TRE POTENZE – LA STORIA

La montagna pistoiese conserva notevoli testimonianze della tradizione orale. Un patrimonio di canti e usanze popolari che si è preservato grazie all’interesse antesignano degli studi ottocenteschi e all’opera appassionata di ricercatori, musicisti e gruppi folcloristici che negli ultimi decenni hanno cercato di raccogliere i residui ricordi delle vecchie generazioni dando vita – tra l’altro – ad un archivio sonoro dell’appennino pistoiese.

Oltre ai tipici canti dei “maggiaioli” (che si tengono in varie località della montagna nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio), in occasione di feste e rassegne speciali è ancora possibile assistere a “contrasti” in ottava rima, particolare genere di poesia improvvisata a tema definito.  L’ottava rima è una strofa composta di otto endecasillabi che seguono lo schema ABABABCC, i primi sei endecasillabi sono a rima alternata, gli ultimi due a rima baciata ma diversa da quelle dei versi precedenti. L’abilità dei “duellanti” sta nel comporre i versi all’istante e nel lasciare all’avversario una rima difficile da proseguire.

I poeti improvvisatori – tra cui la famosa Beatrice di Pian degli Ontani (1803-1885) – “godevano di una vasta popolarità all’interno della comunità. Da loro ci si aspettava non solo che animassero le feste e le tante occasioni per ritrovarsi, ma ci si attendevano soprattutto commenti e giudizi su fatti e vicende, riflessioni sulle condizioni di vita e di lavoro che fossero veramente libere […]. In questo senso i poeti estemporanei rappresentano la coscienza critica, la vera anima popolare” (S. Gargini, Non son poeta e non ho mai studiato cantate voi che siete alletterato, Comune di S. Marcello 1986).

Rispetti di Beatrice di Pian degli Ontani
Non vi maravigliate, giovinetti,
S’io non sapessi troppo ben cantare;
In casa mia non c’eran maestri,
Né mica a scuola son ita ad imparare.
Se volete saper dov’era la mia scuola,
Su per i monti all’acqua alla gragnuola.
E questo è stato il mio imparare,
Vado per legna e torno a zappare.
Mi misi a fabbricar un bel castello,
Credevo d’esser solo castellano.
Quando che l’ebbi fabbricato e bello,
Mi fur levate le chiavi di mano.
Sopra alla porta han messo un cartello
Che chi l’ha fabbricato stia lontano.
Ed io meschino che lo fabbricai
Con pianti e con dolor or lo lassai.
Ed io meschino che l’ho fabbricato
Con pianti e con dolor or l’ho lassato

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