VERSO BOLOGNA: SAMBUCA E LE VALLI DELLE LIMENTRE – LA STORIA

Il territorio della Sambuca, inteso come zona di confine, individua anche sotto il profilo linguistico, più che una linea di separazione, di chiusura, una fascia di collegamento e di contatto osmotico tra realtà distinte.

Le caratteristiche fisiche, le vicende storiche e il secolare isolamento delle comunità della montagna hanno determinato la sopravvivenza nell’area della Sambuca, almeno sino ad anni recenti, di peculiarità linguistiche di estremo interesse, variamente interpretate dagli studiosi.

A seconda della loro maggiore o minore “toscanità”, i dialetti della Sambuca possono essere suddivisi in tre aree più una quarta area (quella treppiese) con proprie particolarità linguistico-fonetiche: Pavana; l’area sambucana (Lagacci, Posola, Campeda, Taviano); l’area meridionale (Frassignoni, Torri, Monachino); Treppio.

In particolare, quello di Pavana può considerarsi “un dialetto di tipo toscano ma profondamente segnato da caratteristiche emiliane” (F. Guccini, Dizionario del dialetto di Pavana una comunità fra Pistoiese e Bolognese, Pavana Pistoiese 1998). Più in generale, i dialetti dell’Alto Reno (come pure gli altri parlati lungo la cosiddetta linea La Spezia-Rimini) sono riconducibili ad un sistema linguistico operante una sorta di cerniera tra i due grandi blocchi linguistici neolatini, ovvero una lingua-ponte fra il Nord e il Sud della penisola italiana.

 

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